Seppur di convinzioni religiose parecchio confuse, ogni sera voglio pregare il buon Dio che perdoni i sempre più gravi, infimi e lugubri peccati di cui questa nostra scellerata e insensibile umanità riesce a macchiarsi.
Ogni sera voglio pregare il buon Dio che protegga tutte le persone di buona volontà e cuore sensibile dalla disumana feccia con cui siamo costretti a convivere; la disumana feccia che riesce a festeggiare la morte di una persona, a ballare sopra i cadaveri, coprendosi di giustificazioni tanto ripugnanti, folli e dense di stupida incoscienza da non essere degne di essere ripetute.
La rete è una cosa meravigliosa ma ha dato potere di espressione a tanti personaggi che non la meritano, che amano sentirsi importanti svelando i lati più oscuri e macabri della natura umana.
La visibilità accordata a tali personaggi e a tali sentimenti fa talvolta dimenticare che la natura umana possa proporre anche una nobiltà d'animo e di pensiero senza eguali.
Non meritiamo nulla più di quello che abbiamo, anzi abbiamo molto più di quanto meriteremmo.
Grazie al buon Dio.
mercoledì 13 gennaio 2016
La nostra coerenza
La nostra coerenza ha avuto modo di palesarsi un'altra volta.
Dopo gli attentati di Parigi, ci siamo indignati, più che giustamente; abbiamo commemorato le vittime, più che giustamente; abbiamo pregato, più che giustamente.
Per giorni, abbiamo parlato e sentito quasi esclusivamente notizie riguardo a questi tragici fatti.
Abbiamo sempre affermato che non ci sono "vittime di Serie A e Serie B", abbiamo affermato che la vita di ogni uomo è sacra. Ma è così?
Le poche notizie e lo scarso scalpore dell'opinione pubblica in relazione agli attentati di Beirut, precedenti di un giorno quelli di Parigi, è stato già un segnale. Le bandiere erano tutte francesi, le preghiere tutte per le vittime francesi, i minuti di commemorazione per Parigi. Gli attentati che hanno scosso il Libano sono passati in secondo piano, proprio come quelli di Ankara, Suruc, Sinai e tanti altri non hanno trovato grande spazio sulla cartastraccia delle nostre testate giornalistiche.
La reazione agli attentati di oggi è soltanto un'ennesima conferma, non certo una sorpresa. Eppure sono morte delle persone, tante sono rimaste ferite. Che la loro nazionalità sia turca, tedesca o francese non dovrebbe avere importanza, ma apparentemente non è così.
Il giusto minuto di silenzio durante tutte le manifestazioni dopo il 13 novembre è stato un gesto naturale, ma non si spiega perché dopo Ankara, Beirut e tanti nomi di città non occidentali lo stesso non sia avvenuto.
Perché dopo gli attentati di Ankara di quest'estate non è successo tutto questo? Perché il 13 novembre abbiamo pregato per le vittime di Parigi, ma non per quelle di Beirut?
Vedere i tifosi turchi fischiare il minuto di silenzio per le vittime di Parigi è stato scioccante e sconcertante. Rimane senza alcun dubbio un gesto deplorevole, ma ponendoci nella loro prospettiva delle cose, non è, in fondo, comprensibile?
Non è comprensibile fischiare il minuto di silenzio per mancare di rispetto alle vittime, sia chiaro, ma è comprensibile fischiare il minuto di silenzio per dire: "La vita di un orientale vale quanto quella di un occidentale!".
Inoltre, l'odierno (e non solo) atteggiamento passivo dei media e di gran parte della popolazione getta ombre sulle grandi e lecite commemorazioni fatte per il 13 novembre: gli hashtag, le preghiere e i silenzi per le vittime parigine hanno rappresentato un reale e sincero sentimento di cordoglio o semplicemente una moda?
Possano trovare pace e riposo eterno tutte le vittime di atti scellerati e violenti come questo!
Dopo gli attentati di Parigi, ci siamo indignati, più che giustamente; abbiamo commemorato le vittime, più che giustamente; abbiamo pregato, più che giustamente.
Per giorni, abbiamo parlato e sentito quasi esclusivamente notizie riguardo a questi tragici fatti.
Abbiamo sempre affermato che non ci sono "vittime di Serie A e Serie B", abbiamo affermato che la vita di ogni uomo è sacra. Ma è così?
Le poche notizie e lo scarso scalpore dell'opinione pubblica in relazione agli attentati di Beirut, precedenti di un giorno quelli di Parigi, è stato già un segnale. Le bandiere erano tutte francesi, le preghiere tutte per le vittime francesi, i minuti di commemorazione per Parigi. Gli attentati che hanno scosso il Libano sono passati in secondo piano, proprio come quelli di Ankara, Suruc, Sinai e tanti altri non hanno trovato grande spazio sulla cartastraccia delle nostre testate giornalistiche.
La reazione agli attentati di oggi è soltanto un'ennesima conferma, non certo una sorpresa. Eppure sono morte delle persone, tante sono rimaste ferite. Che la loro nazionalità sia turca, tedesca o francese non dovrebbe avere importanza, ma apparentemente non è così.
Il giusto minuto di silenzio durante tutte le manifestazioni dopo il 13 novembre è stato un gesto naturale, ma non si spiega perché dopo Ankara, Beirut e tanti nomi di città non occidentali lo stesso non sia avvenuto.
Perché dopo gli attentati di Ankara di quest'estate non è successo tutto questo? Perché il 13 novembre abbiamo pregato per le vittime di Parigi, ma non per quelle di Beirut?
Vedere i tifosi turchi fischiare il minuto di silenzio per le vittime di Parigi è stato scioccante e sconcertante. Rimane senza alcun dubbio un gesto deplorevole, ma ponendoci nella loro prospettiva delle cose, non è, in fondo, comprensibile?
Non è comprensibile fischiare il minuto di silenzio per mancare di rispetto alle vittime, sia chiaro, ma è comprensibile fischiare il minuto di silenzio per dire: "La vita di un orientale vale quanto quella di un occidentale!".
Inoltre, l'odierno (e non solo) atteggiamento passivo dei media e di gran parte della popolazione getta ombre sulle grandi e lecite commemorazioni fatte per il 13 novembre: gli hashtag, le preghiere e i silenzi per le vittime parigine hanno rappresentato un reale e sincero sentimento di cordoglio o semplicemente una moda?
Possano trovare pace e riposo eterno tutte le vittime di atti scellerati e violenti come questo!
domenica 10 gennaio 2016
Pensieri non progettati e il terzo cassetto del mio comodino
Ho sempre avuto un rapporto strano con il tempo, molto,
forse troppo personale, divorante e inizialmente per scelta, poi per
inevitabilità voluto. Se penso a quale potere soprannaturale vorrei avere, da
che ho memoria ho sempre avuto “viaggiare nel tempo” come risposta pronta,
sicura, inconfutabile, da tanti e tanti anni. La memoria che ho a volte mi
spaventa, a volta è veramente eccessivamente colma di dettagli che il tempo non
si cura di levigare. Cos'è il tempo? Una forza? Una maledizione? Una spinta? Un’attrazione,
un vento, uno strattone che ti tira per il braccio e ti trascina avanti,
indietro? Trovo così difficile viverle tutte le tre dimensioni del tempo.
Molto, molto, molto. Il presente è quella che mi sfugge, la snobbo, non andiamo
d’accordo. Sono perennemente immersa o troppo indietro o troppo avanti, o
troppo tardi o troppo presto. Date, date, date, date che il tempo mi ha dato e
che non se ne vanno dalla mia memoria; ho risme di fogli di calendari nel
cervello, 366 cassetti pieni di fogli, e un po’ mi pesano, anche se non sono
che pochi fogli in ciascuno per ora. Mi pesano, ma allo stesso tempo mi
confortano con una nostalgia struggente e che tuttavia scelgo, perché mi
consola allo stesso tempo. Nel comodino di fianco al mio letto ho tre cassetti.
Nel primo ci sono fazzoletti, penne, burrocacao. Nel secondo pennarelli,
disegni e ritagli di giornale. Il terzo è il cassetto dei ricordi che mi fanno
stare bene. E’ pieno di lettere, e sto piangendo in questo momento rendendomi
conto di quanto io sia fortunata ad avere avuto un tempo per ricevere quelle
lettere, e di aver saputo conservarle, anche se ero e in fin dei conti sono
ancora piccola. Ci sono tutte le lettere che ho ricevuto da un’amica quando
eravamo tanto bambine, poi lei ha deciso di diventare più grande senza di me e
mi restano tutte quelle lettere con le fragoline sulla busta, con francobolli
disegnati e con i regalini che mi portava dalla Corsica quando andava in
vacanza. Ricordo quello che abbiamo mangiato insieme la prima volta che era
venuta a casa mia. Avevamo otto anni. Quando ha deciso di smettere di crescere
con me io ho cercato con ogni mezzo di evitarlo, e quando non mi voleva più per
il suo diciottesimo compleanno mi sono fatta i chilometri in bicicletta con la
pioggia e sono andata a casa sua portandole le stesse cose che avevamo mangiato
quella prima volta tutti quegli anni prima insieme. Speravo in una rinascita di
amicizia, non l’ho avuta. Pensavo che fosse un’amicizia prediletta e invece era
solo predestinata a ferirmi. Mi dico che fa lo stesso, ma non fa lo stesso per
niente.
Nel terzo cassetto ci sono due buste di plastica straripanti di scontrini, brochure, disegni, cartoline, etichette e apparenti montagne di assurdità del mio primo vero viaggio che tanto mi ha cambiato. C’è la dichiarazione di amore più profonda e totale che mi ha scritto la mia nonna, ci sono biglietti di compleanno di quando avevo due anni, c’è la pagella delle elementari della mia bisnonna, che sua figlia avrebbe buttato via se non le avessi chiesto di tenerla per me. Io mi voglio bene alla fine, in sporadici momenti. Momenti momenti attimi settimane tempo tempo tempo. Mi ha sempre ammaliato e sovrastato come scorrano i giorni. Sapevo sempre quanti ne mancassero alla fine della scuola o alle vacanze di Natale o alla gita di classe, fin da settembre. Quando prendevo appunti non mancavano mai giorno, mese, anno, giorno della settimana e ora. Non è raro, è abitudine che io sappia dove fossi e cosa stessi facendo in ogni preciso giorno negli anni precedenti. Ricordo troppo, cose che non importano a nessuno, veramente troppo. Quando avevo nove anni ricordo di aver inciso sul tavolo del salotto di casa la data di quel giorno, e quando mia mamma ovviamente si arrabbiò e mi chiese perché l’avessi fatto, risposi che volevo solo ricordare il giorno. Le date sono una necessità che supera altamente il senso pratico per me, mi danno sicurezza.
Ricordare fa parte delle mie passioni. Ho la passione di ricordare, e non me ne dimentico mai.
Nel terzo cassetto ci sono due buste di plastica straripanti di scontrini, brochure, disegni, cartoline, etichette e apparenti montagne di assurdità del mio primo vero viaggio che tanto mi ha cambiato. C’è la dichiarazione di amore più profonda e totale che mi ha scritto la mia nonna, ci sono biglietti di compleanno di quando avevo due anni, c’è la pagella delle elementari della mia bisnonna, che sua figlia avrebbe buttato via se non le avessi chiesto di tenerla per me. Io mi voglio bene alla fine, in sporadici momenti. Momenti momenti attimi settimane tempo tempo tempo. Mi ha sempre ammaliato e sovrastato come scorrano i giorni. Sapevo sempre quanti ne mancassero alla fine della scuola o alle vacanze di Natale o alla gita di classe, fin da settembre. Quando prendevo appunti non mancavano mai giorno, mese, anno, giorno della settimana e ora. Non è raro, è abitudine che io sappia dove fossi e cosa stessi facendo in ogni preciso giorno negli anni precedenti. Ricordo troppo, cose che non importano a nessuno, veramente troppo. Quando avevo nove anni ricordo di aver inciso sul tavolo del salotto di casa la data di quel giorno, e quando mia mamma ovviamente si arrabbiò e mi chiese perché l’avessi fatto, risposi che volevo solo ricordare il giorno. Le date sono una necessità che supera altamente il senso pratico per me, mi danno sicurezza.
Ricordare fa parte delle mie passioni. Ho la passione di ricordare, e non me ne dimentico mai.
mercoledì 30 dicembre 2015
La messa per Ante Pavelić
Nella basilica "Srca Isusova" di Zagabria, si è tenuta qualche giorno fa una messa per Ante Pavelić, storico capo del movimento filonazista croato degli Ustascia che ha governato gli odierni territori di Croazia e Bosnia-Erzegovina durante la Seconda Guerra Mondiale, allora uniti nella NDH (Stato indipendente croato).
Pavelić ha condotto le milizie degli Ustascia, ufficialmente inquadrate nelle S.S. di Adolf Hitler, fino a una temporanea conquista del potere, fra il 1941 e il 1945. L'esercito alle sue direttive si è macchiato di crimini contro l'umanità, compiendo stragi e epurazioni etniche contro la popolazione serba, rom, ebraica e omosessuale. Oltre a queste categorie sistematicamente colpite, erano meta di crimini orrendi tutti gli oppositori del suo regime.
Personaggio ancora oggi ammirato (e talvolta invocato) da una discreta fetta della popolazione croata, è tornato spesso alla ribalta per il controverso rapporto che lo stesso clero ha avuto con lui. Si ricordano i suoi rapporti con l'Arcivescovo di Zagabria negli anni Quaranta, Aloizije Stepinac, colluso con il regime degli Ustascia secondo fonti storiche, ma dichiarato beato dalla Chiesa.
Quello che però genera più controversie è il rapporto ambiguo dell'odierno clero con la sua figura, rispecchiato perfettamente in questa messa dedicatagli, che non è la prima negli ultimi anni.
L'opinione pubblica si è presto infiammata ma, povera di giornalisti degni di tale nome, ha generato una diatriba effimera. Fra i media legati alla Chiesa e alla religione cattolica, Luka Popov è il commentatore che ha ricevuto più credito, con una teoria che non sta in piedi dalle fondamenta.
Secondo Popov, Pavelić si sarebbe pentito prima della morte, non pubblicamente. E, nonostante le perplessità che potrebbero essere sollevate, il discorso fino a qui regge. In seguito, il blogger croato spiega che, nel caso di un pentimento sincero, l'anima di Pavelić potrebbe trovarsi in Purgatorio, pertanto la messa e le preghiere per la sua anima sarebbero lecite. Nel caso, il pentimento non fosse stato sincero, le preghiere non sarebbero vane, perché andrebbero a favore delle altre anime del Purgatorio.
Discorso meraviglioso, che ricalca anche la concezione della Commedia dantesca, ma che trova un muro invalicabile nella dichiarazione del 12 gennaio 2011 del Papa Benedetto XVI.
Ratzinger definisce il Purgatorio come luogo interiore dell'anima con il quale avvicinarsi alla Misericordia e non un luogo extraterreno, ricalcando il pensiero di Santa Caterina da Genova.
Con ciò, dopo la morte si presentano solo due vie: Inferno o Paradiso. E vista l'infallibilità del Papa in materia teologica, sancita dal Concilio Vaticano I del 18 luglio 1870, la discussione non si pone.
Il ragionamento di Luka Popov è pertanto lontano dal giustificare la messa in questione, tenutasi pubblicamente e con tanti partecipanti, prevalentemente non legati a Pavelić da rapporti di parentela.
Pavelić ha condotto le milizie degli Ustascia, ufficialmente inquadrate nelle S.S. di Adolf Hitler, fino a una temporanea conquista del potere, fra il 1941 e il 1945. L'esercito alle sue direttive si è macchiato di crimini contro l'umanità, compiendo stragi e epurazioni etniche contro la popolazione serba, rom, ebraica e omosessuale. Oltre a queste categorie sistematicamente colpite, erano meta di crimini orrendi tutti gli oppositori del suo regime.
Personaggio ancora oggi ammirato (e talvolta invocato) da una discreta fetta della popolazione croata, è tornato spesso alla ribalta per il controverso rapporto che lo stesso clero ha avuto con lui. Si ricordano i suoi rapporti con l'Arcivescovo di Zagabria negli anni Quaranta, Aloizije Stepinac, colluso con il regime degli Ustascia secondo fonti storiche, ma dichiarato beato dalla Chiesa.
Quello che però genera più controversie è il rapporto ambiguo dell'odierno clero con la sua figura, rispecchiato perfettamente in questa messa dedicatagli, che non è la prima negli ultimi anni.
L'opinione pubblica si è presto infiammata ma, povera di giornalisti degni di tale nome, ha generato una diatriba effimera. Fra i media legati alla Chiesa e alla religione cattolica, Luka Popov è il commentatore che ha ricevuto più credito, con una teoria che non sta in piedi dalle fondamenta.
Secondo Popov, Pavelić si sarebbe pentito prima della morte, non pubblicamente. E, nonostante le perplessità che potrebbero essere sollevate, il discorso fino a qui regge. In seguito, il blogger croato spiega che, nel caso di un pentimento sincero, l'anima di Pavelić potrebbe trovarsi in Purgatorio, pertanto la messa e le preghiere per la sua anima sarebbero lecite. Nel caso, il pentimento non fosse stato sincero, le preghiere non sarebbero vane, perché andrebbero a favore delle altre anime del Purgatorio.
Discorso meraviglioso, che ricalca anche la concezione della Commedia dantesca, ma che trova un muro invalicabile nella dichiarazione del 12 gennaio 2011 del Papa Benedetto XVI.
Ratzinger definisce il Purgatorio come luogo interiore dell'anima con il quale avvicinarsi alla Misericordia e non un luogo extraterreno, ricalcando il pensiero di Santa Caterina da Genova.
Con ciò, dopo la morte si presentano solo due vie: Inferno o Paradiso. E vista l'infallibilità del Papa in materia teologica, sancita dal Concilio Vaticano I del 18 luglio 1870, la discussione non si pone.
Il ragionamento di Luka Popov è pertanto lontano dal giustificare la messa in questione, tenutasi pubblicamente e con tanti partecipanti, prevalentemente non legati a Pavelić da rapporti di parentela.
domenica 20 dicembre 2015
Io volevo solo amarla
Io non volevo cambiare il mondo, a me questo andava bene... Non guardavo attraverso microscopi, alla ricerca di virus sconosciuti, non leggevo enciclopedie, non cercavo la media... Io volevo solo amarla, a Novi Sad, sul Danubio, dove esisteva un vecchio ponte di ferro, sopra al quale lei passava, sciogliendo quei suoi capelli, come una rete di seta in cui si impigliavano gli steli del chiaro di luna, come stupidi pagelli...
Io non volevo cambiare il mondo, a me questo andava bene... Io volevo solo amarla, a Novi Sad, sul molo, guardandola come una fortezza che è stata sconfitta, dopo così tanti anni... E baciandola, sotto quegli stessi ponti... Che non ci sono più...
Io so che il tempo prende sempre ciò che è suo. E non so, perché dovrebbe risparmiare noi? Ma, ecco, nulla tranne noi due aveva valore per me...
(Djordje Balaševič)
Io non volevo cambiare il mondo, a me questo andava bene... Io volevo solo amarla, a Novi Sad, sul molo, guardandola come una fortezza che è stata sconfitta, dopo così tanti anni... E baciandola, sotto quegli stessi ponti... Che non ci sono più...
Io so che il tempo prende sempre ciò che è suo. E non so, perché dovrebbe risparmiare noi? Ma, ecco, nulla tranne noi due aveva valore per me...
mercoledì 16 dicembre 2015
Perché è necessario proteggere i cattolici della Bosnia-Erzegovina?
Nella Bosnia-Erzegovina, uno dei principali gruppi costituenti del Paese è di religione cattolica. La sua popolazione è in netto calo dagli anni '90 e oggi costituisce circa il 15% del totale.
I cattolici sono stanziati prevalentemente nell'Erzegovina (la parte meridionale del Paese), ma sono presenti anche nella parte centrale della Bosnia, come nella capitale Sarajevo e, in gran numero, nella parte settentrionale del paese, vicino al fiume Sava. Possiedono il doppio passaporto, bosniaco e croato, con la tendenza a privilegiare il secondo in fatto di sentimento nazionale.
Negli ultimi anni, però, il sentimento di identità ha cominciato a riconoscere una doppia nazionalità e una doppia patria (sia croata che bosniaca), soprattutto nella popolazione più giovane.
Il netto calo della popolazione cattolica in Bosnia-Erzegovina è preoccupante: si sono rese conto di questo anche figure di grande spicco, come Papa Francesco o la Presidente croata Grabar-Kitarovic.
Questo calo rischia di accentuarsi e lasciare il Paese senza la sua essenziale componente cattolica: non perché ci sia una persecuzione o una grande ostilità nei confronti della stessa, ma per ragioni di qualità della vita. La Bosnia-Erzegovina è un paese uscito con le ossa rotte dal conflitto per la secessione degli anni '90, trasformatosi poi in guerra civile, e la sua economia è allo sfascio, al pari delle istituzioni. I giovani cercano di trovare un futuro all'estero e l'emigrazione è sempre costante. La popolazione cattolica è favorita in qualche modo in questo processo, grazie al passaporto croato che di recente è diventato europeo e permette di espatriare con grande facilità. I flussi sono diretti prevalentemente verso la vicina Croazia oppure verso le nazioni dell'Europa Centrale. Questo flusso provoca, specialmente nella parte cattolica della popolazione, un trend demografico negativo: i giovani espatriano e rimane soltanto la popolazione più anziana.
Questo andazzo rischia di essere particolarmente negativo per un Paese anomalo come la Bosnia-Erzegovina, alla ricerca di un equilibrio prima di tutto sociale e demografico ancora dalla sua nascita nel 1992. Anche perché un Paese tradizionalmente pluriconfessionale perderebbe il suo significato (o quel poco che ne è rimasto), perdendo anche una sola delle sue confessioni costituenti; cattolica, musulmana o ortodossa che sia.
In questo senso, è stata importante la meravigliosa visita di Papa Francesco, a Sarajevo, nell'estate di quest'anno e la fraterna apertura della Croazia alle questioni bosniache, grazie alla Presidente Grabar-Kitarovic. Il nuovo impegno di Dragan Covic, capo del maggiore partito rappresentante i cattolici, è un passo avanti nella stessa direzione, sulla tortuosa e accidentata strada verso il consolidamento (o la vera costituzione) di un paese nato sotto l'egida del cattolicesimo, che ha poi dato vita a tante diramazioni in ambito religioso.
Oltre questo, è fondamentale
che la Bosnia-Erzegovina conosca presto almeno un leggero passo avanti riguardo l'economia e la qualità della vita, in modo da potere offrire ai propri cittadini un'esistenza degna nella propria terra di origine.
I cattolici sono stanziati prevalentemente nell'Erzegovina (la parte meridionale del Paese), ma sono presenti anche nella parte centrale della Bosnia, come nella capitale Sarajevo e, in gran numero, nella parte settentrionale del paese, vicino al fiume Sava. Possiedono il doppio passaporto, bosniaco e croato, con la tendenza a privilegiare il secondo in fatto di sentimento nazionale.
Negli ultimi anni, però, il sentimento di identità ha cominciato a riconoscere una doppia nazionalità e una doppia patria (sia croata che bosniaca), soprattutto nella popolazione più giovane.
Il netto calo della popolazione cattolica in Bosnia-Erzegovina è preoccupante: si sono rese conto di questo anche figure di grande spicco, come Papa Francesco o la Presidente croata Grabar-Kitarovic.
Questo calo rischia di accentuarsi e lasciare il Paese senza la sua essenziale componente cattolica: non perché ci sia una persecuzione o una grande ostilità nei confronti della stessa, ma per ragioni di qualità della vita. La Bosnia-Erzegovina è un paese uscito con le ossa rotte dal conflitto per la secessione degli anni '90, trasformatosi poi in guerra civile, e la sua economia è allo sfascio, al pari delle istituzioni. I giovani cercano di trovare un futuro all'estero e l'emigrazione è sempre costante. La popolazione cattolica è favorita in qualche modo in questo processo, grazie al passaporto croato che di recente è diventato europeo e permette di espatriare con grande facilità. I flussi sono diretti prevalentemente verso la vicina Croazia oppure verso le nazioni dell'Europa Centrale. Questo flusso provoca, specialmente nella parte cattolica della popolazione, un trend demografico negativo: i giovani espatriano e rimane soltanto la popolazione più anziana.
Questo andazzo rischia di essere particolarmente negativo per un Paese anomalo come la Bosnia-Erzegovina, alla ricerca di un equilibrio prima di tutto sociale e demografico ancora dalla sua nascita nel 1992. Anche perché un Paese tradizionalmente pluriconfessionale perderebbe il suo significato (o quel poco che ne è rimasto), perdendo anche una sola delle sue confessioni costituenti; cattolica, musulmana o ortodossa che sia.
In questo senso, è stata importante la meravigliosa visita di Papa Francesco, a Sarajevo, nell'estate di quest'anno e la fraterna apertura della Croazia alle questioni bosniache, grazie alla Presidente Grabar-Kitarovic. Il nuovo impegno di Dragan Covic, capo del maggiore partito rappresentante i cattolici, è un passo avanti nella stessa direzione, sulla tortuosa e accidentata strada verso il consolidamento (o la vera costituzione) di un paese nato sotto l'egida del cattolicesimo, che ha poi dato vita a tante diramazioni in ambito religioso.
Oltre questo, è fondamentale
che la Bosnia-Erzegovina conosca presto almeno un leggero passo avanti riguardo l'economia e la qualità della vita, in modo da potere offrire ai propri cittadini un'esistenza degna nella propria terra di origine.
venerdì 23 ottobre 2015
Dražen e mio padre
Un grande poster di Dražen Petrović è quello che mi rimane di mio padre, insieme a qualche scolorita fotografia degli anni Novanta di un bambino in cui fatico a riconoscermi, in braccio a un giovane uomo dai capelli bruni.
Tante persone vedono in me mio padre. Per somiglianza, per modi di fare, per il modo in cui cammino. Non ho praticamente conosciuto mio padre. Non ho mai visto giocare Petrović. Spesso penso di essermi perso tanto: non riesco a vedere più di un paio di giocate di Dražen senza piangere. E non ne so il motivo. Spesso vado davanti a un canestro a tirare, tutto solo, in una pace che adoro. Somiglio tanto a mio padre.
Due uomini tanto lontani, due storie tanto diverse, eppure tanto affini. Mio padre si era avvicinato alla pallacanestro quando aveva cominciato l'università. Era il 1988, erano gli anni d'oro della pallacanestro dell'Ex Iugoslavia. Gli anni in cui la Jugoplastika Spalato scriveva per sempre il proprio nome nella storia del basket europeo con Kukoč e Radja che portavano per tre anni di seguito la squadra sul tetto d'Europa. Gli anni in cui la Nazionale iugoslava diventava due volte campione d'Europa, campione del mondo e prendeva l'argento alle Olimpiadi di Seoul. Il tutto giungeva dopo che il Cibona Zagabria guidato da Petrović era stato due anni consecutivi campione d'Europa e dopo che il Mozart di Sebenico aveva già incantato l'Europa intera e si preparava a fare altrettanto in NBA. Il tutto prima che la Iugoslavia diventasse terra di morte e guerra.
Fra tutte queste luci di gloria, oggi non so se e chi tifasse mio padre. Non so se seguisse il Cibona, la Jugoplastika o il Bosna, squadra della sua Sarajevo (tanto per cambiare campione d'Europa 1979 sulle ali di Delibašić). So di una vaga simpatia per i Lakers, a detta di mia madre, ma so per certo che l'idolo di una vita, l'idolo assoluto e il primo suo riferimento era Dražen Petrović. Quel ragazzo che aveva fatto innamorare l'intera Iugoslavia della sua figura, umana oltre che di cestista, che è trapassata nella leggenda e nel ricordo eterno la notte di quel maledetto 7 giugno 1993. Dopo aver illuminato gli occhi dei tifosi del Real Madrid e di tutti gli appassionati d'Europa, già affermato come uno dei più grandi cestisti europei di sempre, Dražen si era deciso per l'NBA. In anni in cui gli europei in America non erano minimamente considerati, Petrović prima a Portland e poi a New Jersey ha dimostrato di poter essere uno dei migliori giocatori della lega. Nel giugno 1993, dopo un torneo di qualificazione per l'europeo in Polonia, Dražen aveva deciso di tornare a casa in macchina. Troppo stanco, aveva lasciato la guida all'allora fidanzata. All'altezza di Denkendorf (Germania), mentre Dražen dormiva nel sedile vicino alla conducente, un camion ha colpito l'automobile.
Per Dražen non c'è stata speranza. Uno dei più grandi figli croati se n'era andato per sempre, mentre nei Balcani infuriava il sanguinoso conflitto. E nonostante la morte fosse all'ordine del giorno, nonostante quasi non facesse più effetto, non c'è stato un uomo, appassionato di basket o meno, che non fosse rimasto colpito dalla scomparsa di una tale grandezza d'uomo e di cestista. Mio padre era a Sarajevo nel 1993, città assediata e avvolta nella morte, fra sangue e granate. Aveva sposato mia madre. Aveva dovuto interrompere gli studi, aveva dovuto abbandonare la sua elettrotecnica e il pallone da basket, per imbracciare il fucile, per combattere una guerra che mai ha ritenuto sua, da cui ha voluto scappare dal principio. Spesso mi chiedo come avesse reagito alla morte di Dražen, ai suoi pensieri. Aveva pianto?
La guerra è finita nel 1995, mio padre era tornato a casa. Era andato in Germania, dove nascevo io, lontano dai tuoni delle granate. Tornato in patria con me e mia madre, aveva cominciato a cercare un lavoro, una soluzione per un futuro migliore. Aveva un piccolo Renault Caddy, con cui sbrigava la maggioranza delle faccende. Il 3 marzo 1997, il Caddy era rimasto a casa, non guidava lui. Sedeva vicino al conducente quando vicino a Špionica, la macchina si è scontrata con un carro pesante dell'UNPROFOR.
Mio padre è morto a 28 anni, proprio come Dražen, in un incidente stradale, proprio come Dražen.
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