Ho sempre avuto un rapporto strano con il tempo, molto,
forse troppo personale, divorante e inizialmente per scelta, poi per
inevitabilità voluto. Se penso a quale potere soprannaturale vorrei avere, da
che ho memoria ho sempre avuto “viaggiare nel tempo” come risposta pronta,
sicura, inconfutabile, da tanti e tanti anni. La memoria che ho a volte mi
spaventa, a volta è veramente eccessivamente colma di dettagli che il tempo non
si cura di levigare. Cos'è il tempo? Una forza? Una maledizione? Una spinta? Un’attrazione,
un vento, uno strattone che ti tira per il braccio e ti trascina avanti,
indietro? Trovo così difficile viverle tutte le tre dimensioni del tempo.
Molto, molto, molto. Il presente è quella che mi sfugge, la snobbo, non andiamo
d’accordo. Sono perennemente immersa o troppo indietro o troppo avanti, o
troppo tardi o troppo presto. Date, date, date, date che il tempo mi ha dato e
che non se ne vanno dalla mia memoria; ho risme di fogli di calendari nel
cervello, 366 cassetti pieni di fogli, e un po’ mi pesano, anche se non sono
che pochi fogli in ciascuno per ora. Mi pesano, ma allo stesso tempo mi
confortano con una nostalgia struggente e che tuttavia scelgo, perché mi
consola allo stesso tempo. Nel comodino di fianco al mio letto ho tre cassetti.
Nel primo ci sono fazzoletti, penne, burrocacao. Nel secondo pennarelli,
disegni e ritagli di giornale. Il terzo è il cassetto dei ricordi che mi fanno
stare bene. E’ pieno di lettere, e sto piangendo in questo momento rendendomi
conto di quanto io sia fortunata ad avere avuto un tempo per ricevere quelle
lettere, e di aver saputo conservarle, anche se ero e in fin dei conti sono
ancora piccola. Ci sono tutte le lettere che ho ricevuto da un’amica quando
eravamo tanto bambine, poi lei ha deciso di diventare più grande senza di me e
mi restano tutte quelle lettere con le fragoline sulla busta, con francobolli
disegnati e con i regalini che mi portava dalla Corsica quando andava in
vacanza. Ricordo quello che abbiamo mangiato insieme la prima volta che era
venuta a casa mia. Avevamo otto anni. Quando ha deciso di smettere di crescere
con me io ho cercato con ogni mezzo di evitarlo, e quando non mi voleva più per
il suo diciottesimo compleanno mi sono fatta i chilometri in bicicletta con la
pioggia e sono andata a casa sua portandole le stesse cose che avevamo mangiato
quella prima volta tutti quegli anni prima insieme. Speravo in una rinascita di
amicizia, non l’ho avuta. Pensavo che fosse un’amicizia prediletta e invece era
solo predestinata a ferirmi. Mi dico che fa lo stesso, ma non fa lo stesso per
niente.
Nel terzo cassetto ci sono due buste di plastica straripanti di scontrini, brochure, disegni, cartoline, etichette e apparenti montagne di assurdità del mio primo vero viaggio che tanto mi ha cambiato. C’è la dichiarazione di amore più profonda e totale che mi ha scritto la mia nonna, ci sono biglietti di compleanno di quando avevo due anni, c’è la pagella delle elementari della mia bisnonna, che sua figlia avrebbe buttato via se non le avessi chiesto di tenerla per me. Io mi voglio bene alla fine, in sporadici momenti. Momenti momenti attimi settimane tempo tempo tempo. Mi ha sempre ammaliato e sovrastato come scorrano i giorni. Sapevo sempre quanti ne mancassero alla fine della scuola o alle vacanze di Natale o alla gita di classe, fin da settembre. Quando prendevo appunti non mancavano mai giorno, mese, anno, giorno della settimana e ora. Non è raro, è abitudine che io sappia dove fossi e cosa stessi facendo in ogni preciso giorno negli anni precedenti. Ricordo troppo, cose che non importano a nessuno, veramente troppo. Quando avevo nove anni ricordo di aver inciso sul tavolo del salotto di casa la data di quel giorno, e quando mia mamma ovviamente si arrabbiò e mi chiese perché l’avessi fatto, risposi che volevo solo ricordare il giorno. Le date sono una necessità che supera altamente il senso pratico per me, mi danno sicurezza.
Ricordare fa parte delle mie passioni. Ho la passione di ricordare, e non me ne dimentico mai.
Nel terzo cassetto ci sono due buste di plastica straripanti di scontrini, brochure, disegni, cartoline, etichette e apparenti montagne di assurdità del mio primo vero viaggio che tanto mi ha cambiato. C’è la dichiarazione di amore più profonda e totale che mi ha scritto la mia nonna, ci sono biglietti di compleanno di quando avevo due anni, c’è la pagella delle elementari della mia bisnonna, che sua figlia avrebbe buttato via se non le avessi chiesto di tenerla per me. Io mi voglio bene alla fine, in sporadici momenti. Momenti momenti attimi settimane tempo tempo tempo. Mi ha sempre ammaliato e sovrastato come scorrano i giorni. Sapevo sempre quanti ne mancassero alla fine della scuola o alle vacanze di Natale o alla gita di classe, fin da settembre. Quando prendevo appunti non mancavano mai giorno, mese, anno, giorno della settimana e ora. Non è raro, è abitudine che io sappia dove fossi e cosa stessi facendo in ogni preciso giorno negli anni precedenti. Ricordo troppo, cose che non importano a nessuno, veramente troppo. Quando avevo nove anni ricordo di aver inciso sul tavolo del salotto di casa la data di quel giorno, e quando mia mamma ovviamente si arrabbiò e mi chiese perché l’avessi fatto, risposi che volevo solo ricordare il giorno. Le date sono una necessità che supera altamente il senso pratico per me, mi danno sicurezza.
Ricordare fa parte delle mie passioni. Ho la passione di ricordare, e non me ne dimentico mai.
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