venerdì 23 ottobre 2015

Dražen e mio padre

Un grande poster di Dražen Petrović è quello che mi rimane di mio padre, insieme a qualche scolorita fotografia degli anni Novanta di un bambino in cui fatico a riconoscermi, in braccio a un giovane uomo dai capelli bruni. 
Due uomini tanto lontani, due storie tanto diverse, eppure tanto affini. Mio padre si era avvicinato alla pallacanestro quando aveva cominciato l'università. Era il 1988, erano gli anni d'oro della pallacanestro dell'Ex Iugoslavia. Gli anni in cui la Jugoplastika Spalato scriveva per sempre il proprio nome nella storia del basket europeo con Kukoč e Radja che portavano per tre anni di seguito la squadra sul tetto d'Europa. Gli anni in cui la Nazionale iugoslava diventava due volte campione d'Europa, campione del mondo e prendeva l'argento alle Olimpiadi di Seoul. Il tutto giungeva dopo che il Cibona Zagabria guidato da Petrović era stato due anni consecutivi campione d'Europa e dopo che il Mozart di Sebenico aveva già incantato l'Europa intera e si preparava a fare altrettanto in NBA. Il tutto prima che la Iugoslavia diventasse terra di morte e guerra. 
Fra tutte queste luci di gloria, oggi non so se e chi tifasse mio padre. Non so se seguisse il Cibona, la Jugoplastika o il Bosna, squadra della sua Sarajevo (tanto per cambiare campione d'Europa 1979 sulle ali di Delibašić). So di una vaga simpatia per i Lakers, a detta di mia madre, ma so per certo che l'idolo di una vita, l'idolo assoluto e il primo suo riferimento era Dražen Petrović. Quel ragazzo che aveva fatto innamorare l'intera Iugoslavia della sua figura, umana oltre che di cestista, che è trapassata nella leggenda e nel ricordo eterno la notte di quel maledetto 7 giugno 1993. Dopo aver illuminato gli occhi dei tifosi del Real Madrid e di tutti gli appassionati d'Europa, già affermato come uno dei più grandi cestisti europei di sempre, Dražen si era deciso per l'NBA. In anni in cui gli europei in America non erano minimamente considerati, Petrović prima a Portland e poi a New Jersey ha dimostrato di poter essere uno dei migliori giocatori della lega. Nel giugno 1993, dopo un torneo di qualificazione per l'europeo in Polonia, Dražen aveva deciso di tornare a casa in macchina. Troppo stanco, aveva lasciato la guida all'allora fidanzata. All'altezza di Denkendorf (Germania), mentre Dražen dormiva nel sedile vicino alla conducente, un camion ha colpito l'automobile. 
Per Dražen non c'è stata speranza. Uno dei più grandi figli croati se n'era andato per sempre, mentre nei Balcani infuriava il sanguinoso conflitto. E nonostante la morte fosse all'ordine del giorno, nonostante quasi non facesse più effetto, non c'è stato un uomo, appassionato di basket o meno, che non fosse rimasto colpito dalla scomparsa di una tale grandezza d'uomo e di cestista. Mio padre era a Sarajevo nel 1993, città assediata e avvolta nella morte, fra sangue e granate. Aveva sposato mia madre. Aveva dovuto interrompere gli studi, aveva dovuto abbandonare la sua elettrotecnica e il pallone da basket, per imbracciare il fucile, per combattere una guerra che mai ha ritenuto sua, da cui ha voluto scappare dal principio. Spesso mi chiedo come avesse reagito alla morte di Dražen, ai suoi pensieri. Aveva pianto?

La guerra è finita nel 1995, mio padre era tornato a casa. Era andato in Germania, dove nascevo io, lontano dai tuoni delle granate. Tornato in patria con me e mia madre, aveva cominciato a cercare un lavoro, una soluzione per un futuro migliore. Aveva un piccolo Renault Caddy, con cui sbrigava la maggioranza delle faccende. Il 3 marzo 1997, il Caddy era rimasto a casa, non guidava lui. Sedeva vicino al conducente quando vicino a Špionica, la macchina si è scontrata con un carro pesante dell'UNPROFOR.

Mio padre è morto a 28 anni, proprio come Dražen, in un incidente stradale, proprio come Dražen.

Tante persone vedono in me mio padre. Per somiglianza, per modi di fare, per il modo in cui cammino. Non ho praticamente conosciuto mio padre. Non ho mai visto giocare Petrović. Spesso penso di essermi perso tanto: non riesco a vedere più di un paio di giocate di Dražen senza piangere. E non ne so il motivo. Spesso vado davanti a un canestro a tirare, tutto solo, in una pace che adoro. Somiglio tanto a mio padre.

mercoledì 2 settembre 2015

L'ondata di profughi in Europa

Il tema più caldo delle ultime giornate è quello riguardante il lungo viaggio dei profughi, in prevalenza siriani, verso l'Europa. Definire queste persone "profughi" invece che "immigrati" dovrebbe rappresentare una convenzione da rispettare per chiunque tratti del tema, ma come spesso succede, i giornalisti ignorano questa fondamentale distinzione in favore di titoli più spettacolari, volti al populismo. In prima linea fra questi sono i tabloid e le televisioni britanniche che proprio non vogliono rinunciare alla produzione di cartastraccia da sottoporre ai propri avidi lettori. Un quadro migliore arriva dalla Germania, le cui televisioni hanno voluto porre davanti agli occhi del proprio pubblico le differenze fra "profughi" e "immigrati". Un profugo è colui che fugge da una situazione di guerra e pericolo (come coloro che fuggono da Siria, Afghanistan e diversi paesi africani), mentre un immigrato è colui che lascia il proprio paese alla ricerca di migliori opportunità economiche, senza lasciarsi alle spalle una situazione disperata.
Pertanto, il tema dell'accogliere o meno questa grande massa di persone deve toccare questa distinzione, in quanto a un profugo deve essere offerto asilo politico per convenzioni internazionali (e quindi per legge), mentre l'Europa verso un immigrato economico non ha questi obblighi.
Chiaramente, in una situazione come quella odierna la precedenza andrebbe data ai profughi piuttosto che agli immigrati economici, ma soprattutto non andrebbe mai messo in discussione il diritto dei profughi all'asilo politico. Ancora una volta la Germania si è mostrata il paese più rispettoso degli obblighi internazionali, annunciando per voce di Angela Merkel di essere disposta ad accogliere 800.000 persone. Certo, a Heidenau i manifestanti di estrema destra hanno fatto passare tutta un'altra idea, ma l'ufficiale condanna delle violente proteste da parte della stessa cancelliera e della grande maggioranza della nazione mostra una Germania in un netto vantaggio rispetto alle amiche Francia e Gran Bretagna, intente a giocare a palla con i profughi a Calais.
Non meno signori di questi ultimi sono stati i colleghi nell'Est Europa: cechi e slovacchi hanno deciso di marchiare i profughi con codici di identificazione mentre gli ungheresi si sono muniti di un lungo filo spinato contro gli stessi, riproponendo "tecniche sociali" appartenenti a uno dei periodi più oscuri dell'umanità. In patria, abbiamo un "politico" come Matteo Salvini, che sarà felice di queste soluzioni, confermandosi ancora pastore di un gregge che si ciba di un populismo fra il mediocre e il ridicolo.
Segnali positivi, invece, arrivano da un paese che potrebbe impartire lezioni di educazione e civiltà a mezzo mondo come l'Islanda. Sempre un po' dimenticata, l'isola del Nord ha già ospitato un buon numero di profughi e il governo aveva pensato di offrire soltanto altri 50 posti. Gli islandesi si sono mossi prima via social network e poi sono scesi in piazza per dare asilo a un numero ancora maggiore di profughi. 10.000 i posti offerti dai cittadini islandesi, disposti a ospitare i profughi, sotto lo slogan (per una volta positivo): "Se non sta succedendo qui, non vuol dire che non stia succedendo". Anche la Croazia si è fatta avanti per ospitare i richiedenti asilo attraverso la presidente Kolinda Grabar-Kitarovic. Certo, la Croazia riceverà così anche dei compensi economici, ma ciò non sminuisce il gesto. Lodevole pure la Serbia, che ospita un discreto numero di siriani e che ha allestito al momento dell'arrivo dei profughi strutture di accoglienza. Servizio che dovrebbe apparire scontato, ma in Ungheria evidentemente non sono dello stesso parere. I profughi oggi sono a Budapest senza strutture di accoglienza e sostegno, dopo avere comprato dei regolari biglietti per la Germania e essersi visti chiudere in faccia la stazione ferroviaria, tramite verso una nazione che ha eccome allestito delle strutture di accoglienza e che ha già dichiarato la volontà di ospitare queste persone.
La Germania ha già saputo in passato integrare perfettamente profughi e immigrati fino a farne la propria forza, creando uno stato multiculturale, economicamente stabile. La prima situazione è stata la riunificazione delle "due Germanie" del 1991, poi l'accoglienza di croati e bosniaci in fuga dalla guerra nei Balcani e i tantissimi, tantissimi immigrati economici che sono giunti e che continuano a giungere nel Paese.
Le principali tesi contrarie a quello sopra esposto, trascurando "Spariamo ai barconi" e "Rimandiamoli a casa loro", sono la paura di un contrasto culturale e religioso, dovuto alla religione musulmana della maggioranza dei profughi, e l'idea che questi siano comunque immigrati per fini economici.
La prima tesi non è da sottovalutare, visto anche il caso riportato dalla tv macedone riguardante dei profughi che si sono rifiutati di accettare viveri e acqua dalla Croce Rossa macedone perché recante un simbolo cristiano. Il problema si collega facilmente a quello dell'integrazione, immediatamente successivo all'accoglienza, da affrontare attraverso un percorso di educazione alla nuova civiltà che ospita i profughi, i quali mai dovrebbero mancare di rispetto alla nazione e alle istituzioni che hanno loro garantito un asilo politico. Inoltre, la Siria è stato uno dei paesi in maggiore crescita e con uno dei tassi di educazione più alti dell'area orientale prima del conflitto, tant'è che molti di coloro che vengono da Damasco e dintorni sono persone che hanno ricevuto un'educazione universitaria e sono in grado anche di aiutare i paesi che decidono di ospitarli. Sembra che questo dettaglio non sia sfuggito alla cancelliera Merkel, mentre i paesi dell'Est Europa, che pure potrebbero beneficiare di questo fatto, sembrano trascurarlo, sottolineando per l'ennesima volta un apparente ritardo nella mentalità, nella civiltà e nell'educazione della propria classe politica in primis, e poi anche di chi la sostiene.
L'idea che tantissime persone, se non tutte, fra quelle in viaggio siano immigrati economici è ventilata in diverse regioni europee. Ovviamente, nessuno di coloro che sostiene questo fatto lo ha dimostrato e potrebbe farlo solo operando in modo più organizzato e efficiente, durante l'accoglienza dei profughi. Rimandare a casa gli immigrati economici, tutelando così anche i diritti di chi è in fuga dalla guerra, sarebbe senz'altro un'operazione corretta, ma gli ungheresi e i loro compari sarebbero davvero in grado di riuscire in qualcosa del genere?

Dino

sabato 13 giugno 2015

Ostinati principi

Buona parte del mio carattere è ostinazione.
Perseveranza testarda.
Gentilezza che sbotta, gli argini si rompono, perdo le staffe, tutto rotola via, giù, fuori, si svuotano le falde represse, mi disidrato di tutto quello che avrei voluto dire, e quello che dico vorrei fosse un elastico che si legasse al polso delle persone che vorrei tenere con me; queste a molla rimbalzerebbero indietro al mio fianco.
Non per egoismo. Per timore di delusione.

Ma quell'elastico lo tiro troppo, finisce per schiantarsi sulla persona, la frusta e torna indietro solo lacerato e leso, leso l'elastico, lesa la persona, lesa la mia persona.

Lì io non lascio perdere.

Trasformo l'elastico in uno spago. E spero che da spago diventi un nastro, poi un filo da pesca, poi un invisibile filo di perle.
Non per egoismo. Per voler sempre salvare il salvabile, al limite del possibile, sporgendomi anche oltre l'orlo del possibile, rischiando di precipitare. Se fosse per me, nulla andrebbe perduto.

Da elastico a spago. Ruvido, ma meno doloroso.
Non lo lego stretto.
Non lo lego proprio.
Non c'è a chi legarlo.
Lo preparo comunque, e vado a cercare la persona a cui sempre avrei voluto legarlo.
Non per egoismo. Per personale, insistente concezione di amicizia. Per me nulla finisce.

Srotolo la mia matassa di spago. È un gomitolo lungo, ne ho già usato diversi pezzi e ne ho pronti altri. Spero sempre che non mi dovranno servire, che non ne avrò bisogno, e allo stesso tempo temo che dovrò usarne ancora tanti metri.

Nei casi cattivi, mi prendono lo spago, lo tirano con violenza, me lo fanno scappare dalle mani che si lacerano, lo annodano a pugnalate, ci legano coltelli e poi me lo rigettano addosso.
Raramente schivo. Non ci riesco e mai ci provo.
Non per autolesionismo. Per principio di recuperabilità dei rapporti. Non posso rinunciarvi, non posso rinnegarlo.

Nei casi buoni, l'altra persona vede lo spago.
Lo raccoglie, lo valuta, lo prende in mano. Poi ci attacca un vasetto di yogurt vuoto bucato sul fondo, io faccio altrettanto ed è il gioco dei telefoni che si faceva tanti anni fa.
È il gioco del ricominciare a comunicare che si faceva tanto tempo fa.
Nel telefono di plastica, le parole sfilano piano piano le fibre ruvide dallo spago, e le sostituiscono con fili di raso.
Diventa un nastro. Senza fiocchi, senza nodi. È ancora fragile e si rovinerebbe, si stropiccerebbe.

Il nastro diventa forte, e nella sua forza si assottiglia, cede fibra alla relazione tra i due capi dei vasetti di yogurt vuoti bucati sul fondo.
Si fa così forte da sentirsi in grado di buttarsi in acqua, di appendersi un amo, di trattenere il respiro, di aspettare i pes(c)i.

È una lenza.
Abboccano a volte pesci, a volte solo lische; abboccano triglie e mostri, anguille fastidiose e sogliole squisitamente semplici.
Abboccano gioie e vuoti, viscidi fardelli scomodi e momenti belli da volerli scrivere su una tela per incorniciarli.

È la pesca dell'amicizia.

Col tempo, si prende coraggio e si lascia il filo da lenza.
Si allontanano i vasetti dalle orecchie e dalle labbra per ricominciare a guardarsi negli occhi. Si va a pescare insieme a mani nude, con al collo un invisibile filo di perle.


Anna

lunedì 25 maggio 2015

La scelta

La tua scelta non è importante. Affatto.
Qualsiasi scelta non comporterà alcun significativo cambiamento, non comporterà alcuna significativa differenza. Rimarrai imbrigliato, sempre, nella solita rete.
Alla ricerca di un varco, che forse neanche c'è.

Dino

mercoledì 20 maggio 2015

Romeo e Giulietta. A Sarajevo.

La Giulietta di Sarajevo si chiamava Admira. Il suo Romeo si chiamava Boško.
Non sono morti in seguito a un tragico malinteso, ma per una fucilata piovuta dall'alto.
Non sono morti sulla scena di un palco teatrale, ma su una strada che costeggia la Miljacka.

La Miljacka è un fiumiciattolo che taglia in due Sarajevo e così faceva anche nel 1992. Nei mesi in cui fioriva la primavera di quel funesto anno, in Bosnia-Erzegovina è cominciata la guerra. Sulle colline attorno a Sarajevo sono comparse figure in divise militari, con fucili in mano e stemmi serbi sull'avambraccio. Era cominciato l'assedio della città.
Le truppe serbe erano dissipate lungo le colline, nei grattacieli abbandonati e sul confine che divideva l'occupata Grbavica dal resto della città. L'obiettivo era annientare la capitale, annientare la neonata nazione (da poco indipendente da Belgrado) e poco importava se, per raggiungere questo fine, si sarebbe passati sui cadaveri di bambini, donne, uomini o anziani.
Poco importava se quelle figurine che apparivano nei cannocchiali di tiro erano persone. Poco importava se quelle persone cadevano, secondi dopo, esangui e senza vita.
Ogni giorno cadevano granate, esplodevano mine, venivano fucilati civili intenti ad attraversare un incrocio. I cecchini respiravano nelle loro fredde stanze, nei grattacieli abbandonati, caricavano il fucile, sceglievano la vittima e...
Una vita si spegneva, in un istante, senza rendersi conto dell'accaduto.
Vi erano luoghi prescelti, incroci della morte, nei quali i cecchini uccidevano le proprie vittime quotidianamente, Succedeva talvolta che per qualche giorno si assentassero e all'apparenza lasciassero tali incroci "incustoditi". Un bastardo trucco per far sì che la gente tornasse a frequentarli, illudendosi che i cecchini li avessero trascurati. Una volta finita l'astinenza, il cecchino di turno aveva altra carne con cui giocare. Altre vite con cui giocare. E ricominciava a giocare.

Admira era bosniaca, Boško tradiva origini serbe. Le loro famiglie erano del tutto favorevoli al loro amore. Sognavano una casa, dei bambini, la vecchiaia.
Una vita insieme.
Quando la guerra bussò alle porte, la famiglia di Boško trovò modo di uscire dalla città.
Lui non seguì i suoi genitori. Non poteva lasciare Admira da sola, in preda a quel mucchio di fanatici con le divise militari. Credevano che la guerra sarebbe durata poco, che il sole sarebbe tornato a splendere...
I giorni si susseguivano, invece, con lo stesso dipinto di sangue per le vie della città e la stessa melodia di artiglieria nell'aria. Admira e Boško evitavano, come in un macabro gioco, le pallottole e le granate e le mine. Ogni giorno un'incognita, ogni giorno con la speranza di vedersi alla sera.
Nel 1993, si aprì un varco: l'esercito serbo accordò l'uscita dei due dalla città in seguito a trattative condotte con l'esercito bosniaco. Per Admira e Boško sembrava la fine di un tunnel di orrori. Rimaneva un ultimo ostacolo: percorrere la via che costeggia la Miljacka con una sponda vigilata dall'esercito bosniaco, ma l'altra costellata di cecchini dell'esercito serbo. Alla fine della via, il posto di controllo che avrebbe consentito l'uscita dalla città.
L'accordo parlava chiaro: Admira e Boško sarebbero dovuti uscire illesi dalla città.
I due innamorati percorsero la via, mano nella mano, correndo verso la libertà, sotto gli occhi dei due eserciti.
Uno sparo. Boško cadeva a terra, morto. Un altro sparo. Cadeva Admira, in fin di vita.
Rantolante, in un ultimo respiro, gettava le braccia attorno al corpo esanime del ragazzo, abbracciandolo, in un ultimo gesto di amore.

Sarebbero rimasti così, per sette giorni. Due anime abbracciate in mezzo al campo di battaglia.
Due anime uccise da un cecchino serbo. Due anime come tante altre in quegli anni, divenute emblema di una città che non conosce divisioni. Una città che non conosce bosniaci, serbi o croati. Una città dove la preghiera del muezzin non è disturbata dal suono delle campane della chiesa, né lo è quella del rabbino ebraico.
Una città con uno spirito unico, che hanno cercato di uccidere con le armi.
Forse riuscendoci, forse no.

Admira e Boško sono stati raccolti dopo una settimana, da dei prigionieri dell'aggressore serbo, e seppelliti, insieme, nel vasto cimitero di Sarajevo.


Dino





sabato 16 maggio 2015

La casa dei doganieri di Eugenio Montale

Tu non ricordi la casa dei doganieri
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t'attende dalla sera
in cui v'entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto.

Libeccio sferza da anni le vecchie mura
e il suono del tuo riso non è più lieto:
la bussola va impazzita all'avventura
e il calcolo dei dadi più non torna.
Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s'addipana.

Ne tengo ancora un capo; ma s'allontana
la casa e in cima al tetto la banderuola
affumicata gira senza pietà.
Ne tengo un capo; ma tu resti sola
né qui respiri nell'oscurità.

Oh l'orizzonte in fuga, dove s'accende
rara la luce della petroliera!
Il varco è qui? (Ripullula il frangente
ancora sulla balza che scoscende...)
Tu non ricordi la casa di questa
mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.

martedì 12 maggio 2015

L'angolo dell'odio: Trenitalia

A ognuno di noi, talvolta, succede di essere in ritardo. Dormiamo troppo a lungo, calcoliamo male i tempi oppure semplicemente siamo troppo svogliati per fare qualcosa nel modo in cui Dio comanda.
Ogni tanto, però, ognuno di noi, mosso da non so quale spirito, è puntuale.
Trenitalia, invece, no.

Sono in piedi sulla banchina, lo spazio intorno è pulito e popolato da persone sorridenti che aspettano in ordine l'arrivo del treno delle 11:33. L'orologio della stazione segna le 11:30 e la locomotiva si presenta all'orizzonte. Poco dopo, insieme a un gruppo di altri passeggeri mi avvicino alle porte scorrevoli che si aprono, lasciando uscire dei viaggiatori giunti a destinazione. Salgo con calma i due gradini mentre una signora è aiutata da un ragazzo nel portare la sua valigia all'interno. Mi siedo in un vagone dai vetri trasparenti e illuminati dal sole, dopo aver appoggiato il mio zaino nell'apposito spazio libero. Presto si accomodano vicino a me altre tre persone e il treno parte. Sono le 11:33.

Un modo per non divenire preda della frustrazione e di quella rabbia che ti ribolle dentro, perché stai soffrendo un'ingiustizia e nessuno appare colpevole, è immaginare come idealmente sarebbe prendere un treno.
Invece, l'orologio della stazione (sempre che funzioni) segna le 11:49. Il treno non è puntuale e ogni cinque minuti quella simpatica voce automatica annuncia l'accrescersi del ritardo, quasi sfottendo i passeggeri in attesa con la vecchia provocazione "ci scusiamo per il disagio". I motivi non sono mai resi noti, se non nei rari casi in cui sono in atto i "lavori di potenziamento della tratta" che porteranno sicuramente a un "miglioramento del servizio per i clienti".
In seguito si sarà detto che ci sono stati problemi nella direzione, poi la centralina di Melzo, i lavori per l'Expo (non riesco a chiamarlo Expo, mi sembra il nome di un piccolo animale domestico, un po' maltrattato), l'infrastruttura ecc ecc. Il prossimo mese arriverà il pacchetto di scuse "Offerta Estate 2015". Non tradirà le attese, visto che i pacchetti autunno-inverno sono stati senz'altro validi.
La banchina è sporca e, appena arriverà quel maledetto aggeggio vecchio e trasandato, dovrò fare a gomitate per riuscire a entrarci. Se avrò la fortuna di sedermi, annegherò in una poltrona che porta ancora il sudore del fortunato che lì sedeva due settimane prima. Se avrò la fortuna di stare in piedi, affogherò nel sudore dei fortunati che lì sono stati poco fa.
La coincidenza è bella e andata, il biglietto ovviamente pagato e timbrato regolarmente, il rimborso non è contemplato.

Un sistema che palesemente non funziona, posto come fonte di lucro per avidi privati a fronte di un servizio che si colloca fra il vergognoso e l'indegno: è questo il sistema ferroviario italiano. Guardando più a Nord, non sono tantissime cose (come spesso si pensa) che dovremmo apprendere dai vari tedeschi,scandinavi o inglesi, ma il settore dei trasporti dovrebbe, senza ombra di dubbio, prendere a esempio l'opera della DB o della OBB nei rispettivi paesi. Nemmeno loro saranno perfetti, ma qualcosa in più sembra sappiano fare.

Dino